Monday, March 31, 2008

Scoperti i resti del primo antenato dell’uomo che arrivò in Europa

L'Unità 31.03.2008
Scoperti i resti del primo antenato dell’uomo che arrivò in Europa
di Cristiana Pulcinelli

È una mandibola importante quella che alcuni paleoantropologi hanno rinvenuto nel sito Sima del elefante nel nord della Spagna. Aveva ancora alcuni denti ed è stata trovata assieme a utensili litici e a resti di animali. La datazione dei fossili ha permesso di capire che si tratta di resti di oltre un milione di anni fa. Questo vuol dire che ci troviamo di fronte ai reperti di quello che potrebbe essere il primo ominino d'Europa.
Nella categoria Ominino rientrano tutti gli antenati dell'umanità attuale fino alla separazione dallo scimpanzé che avvenne intorno ai sei milioni di anni fa.
La prima occupazione dell'Europa da parte degli ominidi è uno dei punti più dibattuti della paleoantropologia. Anche i siti più importanti con testimonianze del primo Pleistocene finora avevano restituito solo utensili, ma non fossili umani. Così la scoperta di questo gruppo di scienziati spagnoli diventa particolarmente interessante.
Eudald Carbonell e i suoi colleghi hanno pubblicato la loro scoperta sul nuovo numero di Nature. La datazione dei fossili è stata ottenuta utilizzando diversi metodi, inoltre la biostratigrafia ha permesso di calcolare l'età della roccia nella quale i fossili sono stati rinvenuti. E la data è molto indietro nel tempo: tra 1,1 e 1,2 milioni di anni fa.
Gli utensili rinvenuti mostrano tracce di lavoro umano. Anche le ossa degli animali trovati nello stesso luogo mostrano i segni di raschiamenti fatti con qualche tipo di utensile, ad esempio per estrarre il midollo dalle ossa. I fossili degli animali, peraltro, sono molto più primitivi di quelli trovati nelle vicinanze. Gli ominini probabilmente si riparavano nella grotta dove sono stati rinvenuti e lì mangiavano.
Gli autori dell'articolo pensano che l'ominino trovato faccia parte della specie Homo antecessor, un possibile antenato sia dell'uomo di Neanderthal che dell'uomo moderno. Dai ritrovamenti sembrerebbe quindi che l'Europa occidentale sia stata colonizzata durante il primo Pleistocene da una popolazione di ominidi che arrivavano dall'Est. Probabilmente una espansione precoce degli ominidi che venivano dall'Africa. Una colonizzazione quindi avvenuta molto prima e in modo molto più continuativo di quanto pensato finora. Inoltre, confrontando questi resti con quelli rinvenuti in siti vicini, sembra di poter affermare che qui, in questa estrema regione del continente eurasiatico, avvenne una speciazione, ovvero si è formata una nuova specie da quelle preesistenti attraverso un processo evolutivo.
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commento: e poi ci sono i cristiani che sostengono che il mondo è stato creato da pochi millenni, ed altri che sostengono che la vita è presente da poco sulla terra... in realtà ogni nuova scoperta in campo archeologio o della paleontologia dimostra l'antichità della vita.

Federazione Pagana: La TV Pagana via web

Federazione Pagana: La TV Pagana via web
Da martedì mattina, sul canale televisivo via web:

http://www.mogulus.com/paganesimo

Andrà in onda in continuo la conferenza illustrativa del Giudizio di Necessità che fu tenuta nel 2006 in sala dibattiti di Radio Gamma 5 in via Belzoni 9 Cadoneghe – Padova.

Il Giudizio di Necessità è il tredicesimo elemento del Crogiolo dello Stregone. E’ uno delle cinque pratiche di Stregoneria attuate nel Sistema Sociale, nelle relazioni sociali, nei rapporti con le persone.

La consapevolezza che siamo circondati da un immenso infinito e che il nostro giudizio, comunque, articola una frazione minima di quell’infinito, se da un lato ci rende consapevoli della relatività del nostro giudizio, dall’altro lato non ci esime dall’emettere giudizi. Non ci esime dal prendere delle decisioni, non ci esime dall’agire nella società.
Ma come lo Stregone agisce nella società?
Cosa tiene presente?
E su cosa e in base a cosa, chi pratica Stregoneria costruisce il suo giudizio?
La conferenza risponde a questo.
Il filmato è di 1 ora e 47 minuti circa ed è la prima volta e solo grazie a questo servizio, che questo filmato può essere reso pubblico.

La pratica della Stregoneria è, spesso, avvolta nel mistero e anche se io ho tentato di spiegarla, le persone hanno difficoltà a comprendere che fare un’azione o farne un’altra, non è la stessa cosa. Ogni volta che prendiamo una decisione o facciamo un’azione noi ci modifichiamo in quella e solo in quella direzione cancellando tutte le possibilità che altre decisioni o altre azioni avrebbero permesso.
Martedì mattina, fra le nove e le dieci, sul canale di “Paganesimo e Stregoneria”, all’indirizzo:

http://www.mogulus.com/paganesimo

Andrà in onda la Conferenza sul Giudizio di Necessità. Da mercoledì mattina riprenderà l’attuale programmazione con l’inserimento, per ora, della conferenza.
Solo su questo servizio possiamo fare questo, su You Tube non potevamo.

E’ la nuova TV via Web che, come tutti i servizi, per aver successo devono dare spazio alle persone che hanno delle passioni. Poi, un giorno, arriveranno i grandi operatori e ci sbatteranno fuori.
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
e-mail claudiosimeoni@libero.it

Sunday, March 30, 2008

Il Sol Invictus, ultima festa pagana, e le divinità solari

Eros

l’Unità 30.3.08
Eros
di Vincenzo Cerami

Eros è la parola di oggi. Nella famiglia olimpica dei Dodici Dei non figurò mai: era incostante, volubile, anarchico, lunatico, disobbediente e troppo eversivo. Eppure Eros, sgusciato dall’uovo cosmico, è il primo degli dei: è il motore della vita.
È strano che a simbolo della passione sessuale gli antichi abbiano scelto un fanciullo, una creatura che non ha ancora scoperto il desiderio, che odora ancora di culla e borotalco. La sua è un’immagine svolazzante (il Dispetto Alato), di angioletto ilare e malizioso a cui piace scommettere sull’impossibile.
Forse una spiegazione possibile è questa, ricavata da un dato scientifico, incontrovertibile: l’eros, fin dalla sua prima apparizione sulla Terra, è sempre riuscito a infilarsi nelle crepe (nelle contraddizioni) di tutte le culture, di tutte le società e le tribù, di tutte le galere e le fobie, a far sì che, ovunque, un maschio e una femmina si cercassero, si desiderassero, e spesso s’innamorassero. Il dio Eros, fermo e casto dentro la fanciullezza, non poteva avere nozione della Storia e delle Istituzioni (i dodici dei regnanti). Così, incosciente, immobile nel tempo, continua ancora oggi a lanciare le sue frecce infuocate di passione, fedele al Cosmo di cui è figlio e al servizio della Natura di cui è paladino.
Fino a qualche anno fa si diceva che l’amore è super partes rispetto alle classi sociali: ricchi e poveri, borghesi e proletari vengono ugualmente colpiti dal capriccioso dardo di Cupido. Quien más tiene, más quiere, dicono gli spagnoli. Chi più ha più vuole. Ma come sanno i poveri, i desideri non riempiono la borsa. A chi non ha niente non giova desiderare. Ma attenzione: in amore ogni morale è al contrario, chi più desidera più ottiene.
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commento dei redattori del blog: a completamento di questo articolo inseriamo il passo di Platone che ci parla della nascita di Eros:
"E' una lunga storia - mi disse -. Adesso te la racconto. Il giorno in cui nacque Afrodite, gli dèi si radunarono per una festa in suo onore. Tra loro c'era Poros, il figlio di Metis. Dopo il banchetto, Penìa era venuta a mendicare, com'è naturale in un giorno di allegra abbondanza, e stava vicino alla porta. Poros aveva bevuto molto nettare (il vino, infatti, non esisteva ancora) e, un po' ubriaco, se ne andò nel giardino di Zeus e si addormentò. Penìa, nella sua povertà, ebbe l'idea di avere un figlio da Poros: così si sdraiò al suo fianco e restò incinta di Eros. Ecco perché Eros è compagno di Afrodite e suo servitore: concepito durante la festa per la nascita della dea, Eros è per natura amante della bellezza - e Afrodite è bella.

Proprio perché figlio di Poros(Espediente) e di Penìa(Mancanza), Eros si trova nella condizione che dicevo: innanzitutto è sempre povero e non è affatto delicato e bello come si dice di solito, ma al contrario è rude, va a piedi nudi, è un senza-casa, dorme sempre sulla nuda terra, sotto le stelle, per strada davanti alle porte, perché ha la natura della madre e il bisogno l'accompagna sempre. D'altra parte, come suo padre, cerca sempre ciò che è bello e buono, è virile, risoluto, ardente, è un cacciatore di prim'ordine, sempre pronto a tramare inganni; desidera il sapere e sa trovare le strade per arrivare dove vuole, e così impiega nella filosofia tutto il tempo della sua vita, è un meraviglioso indovino, e ne sa di magie e di sofismi. E poi, per natura, non è né immortale né mortale. Nella stessa giornata sboccia rigoglioso alla vita e muore, poi ritorna alla vita grazie alle mille risorse che deve a suo padre, ma presto tutte le risorse fuggon via: e così non è mai povero e non è mai ricco.

Vive inoltre tra la saggezza e l'ignoranza, ed ecco come accade: nessun dio si occupa di filosofia e nessuno desidera diventare sapiente, perché tutti lo sono già. Chiunque possegga davvero il sapere, infatti, non fa filosofia; ma anche chi è del tutto ignorante non si occupa di filosofia e non desidera affatto il sapere. E questo è proprio quel che non va nell'essere ignoranti: non si è né belli, né buoni, né intelligenti, ma si crede di essere tutte queste cose. Non si desidera qualcosa se non si sente la sua mancanza".

"Ma allora chi sono i filosofi, se non sono né i sapienti né gli ignoranti?"

"E' chiaro chi sono: anche un bambino può capirlo. Sono quelli che vivono a metà tra sapienza ed ignoranza, ed Eros è uno di questi esseri. La scienza, in effetti, è tra cose più belle, e quindi Eros ama la bellezza: è quindi necessario che sia filosofo e, come tutti i filosofi, è in posizione intermedia tra i sapienti e gli ignoranti. La causa di questo è nella sua origine, perché è nato da un padre sapiente e pieno di risorse e da una madre povera tanto di conoscenze quanto di risorse.

Platone Simposio

Wednesday, March 26, 2008

Quei corpi seducenti di marmo e di bronzo Così il fascino ellenico conquistò l'Occidente


Corriere della Sera 26.3.08
Quei corpi seducenti di marmo e di bronzo Così il fascino ellenico conquistò l'Occidente
di Roberta Scorranese

Non chiedetevi perché il corpo bianchissimo di quella Venere vi stordisce; non stupitevi se il torso levigato di quel giovane vi soggioga e se, davanti a quella testa riccioluta di ragazzo un po' sfrontato, non trovate le parole. La forza del bello non spiega: travolge.
Seduce con l'irripetibile equilibrio armonico delle statue, il vigore controllato dei bronzi, la potenza visiva delle centoventi opere di scultura antica in mostra da sabato a Palazzo Te, a Mantova. E l'arte greca (ri)conquista l'Italia, armata della sola «Forza del bello». Come fece dal VII secolo a. C., quando questa stessa bellezza irretì gli Etruschi prima e i Romani poi. «Ammutolirono— precisa Salvatore Settis, celebre archeologo e curatore dell'esposizione —. Consoli, generali, oratori, si inchinarono tutti e la Grecia divenne un modello di bellezza e perfezione».
La stessa perfezione che sedusse i Gonzaga: a fine Quattrocento, l'insaziabile desiderio di «cose antique» di Isabella d'Este promosse una larga diffusione di opere classiche nelle corti lombarde. Lo stesso Andrea Mantegna ne trasse un insegnamento importante. Ecco perché Mantova e le stanze nude e sobrie di Palazzo Te sono l'intelaiatura ideale: qui marmi e bronzi osservano lo spettatore con l'imperturbabilità dei vincitori. O con l'eleganza di una nudità etica, come nel Kouros Milani (520-510 a.C., qui ricongiunto alla testa), che inaugura la prima sezione: corpo teso, giovane, fatto per vincere nella corsa, per superare il nemico. Per superare persino un dio. «Statue fatte per educare — dice la curatrice, l'archeologa Maria Luisa Catoni — corpi intrisi di valori morali».
Non era importante che quella statua fosse bella: era importante che il corpo fosse bello. Riproducevano non il soggetto, ma il valore. La bellezza aveva vita a sé e la forza del bello nasce anche da questa autarchia etica. Nel fascino irriverente del giovanetto di Mozia (470-450 a.C.), quasi impaziente nelle linee nervose dei muscoli, sembra di risentire il monito del poeta Mimnermo: «Per un tempo brevissimo godiamo i fiori della giovinezza». L'antica Italia dei contadini e dei guerrieri impallidì di fronte alla supremazia estetica. E i Romani saccheggiarono: si ricercavano autentici e si commissionavano copie. La «Graecia capta» quindi oggi rinasce a Mantova nell'Afrodite Sosandra, impenetrabile in una simmetria di vesti; nell'Apollo di Piombino, simile a un angelo bestemmiatore.
Più tardi, la fama dell'arte greca divenne leggenda. «Dante, Petrarca e altri — dice Settis — nominavano Policleto senza averne mai visto un'opera. Era un modello ideale di perfezione». Tramandati dalla letteratura, visto che nel Medioevo dello splendore antico era rimasto poco: i bronzi erano diventati armi, i gessi calce. L'economia spicciola della sopravvivenza aveva vinto sulla gloria imperitura della bellezza? No: la fama continuava a vivere. Eppure, per secoli, l'arte greca venne assimilata a quella romana e, prima che l'archeologo tedesco Johann J. Winckelmann, nel '700, le restituisse la sua «nobile semplicità e serena grandezza», in Europa nacquero primordi di una ricerca «scientifica» della grecità. Tra collezionisti e ricercatori di antichità.

Olimpiadi in Cina. Ma i greci avrebbero detto no


Eva Cantarella
Olimpiadi in Cina. Ma i greci avrebbero detto no
“Corriere della Sera”, 11 febbraio 2008
Le Olimpiadi erano un momento così importante nella vita delle città greche che, per permettere che esse avessero luogo indisturbate e che tutti i greci potessero parteciparvi, in occasione della loro celebrazione veniva dichiarata una tregua sacra (ekecheiria) in forza della quale agli eserciti era vietato attraversare i confini dell’Elide, la regione in cui i giochi avevano luogo. Per l’occasione, le rissose città greche, perennemente in guerra fra loro, accantonavano rivalità e inimicizie, per celebrare la comune appartenenza a una patria che solo in quel momento e grazie a quell’evento sentivano come nazione. L’agonismo, retaggio di antichi valori competitivi, continuò infatti a essere parte importante della cultura greca, anche quando all’etica degli eroi omerici si affiancarono nuovi valori, più congeniali alla evoluzione in senso democratico delle polis. Oggi, la tregua (verbale) viene chiesta dalla Cina per evitare contestazioni sulla pratica delle esecuzioni capitali. Poveri greci, usati per nobilitare una scelta dettata dalla paura della parola, quella parola che essi garantivano a tutti e nella cui forza credevano così fermamente. I greci una simile scelta l’avrebbero disprezzata.

Achille e la pira di Patroclo


Eva Cantarella
Achille e la pira di Patroclo
“Corriere della Sera”, 8 marzo 2008
Inumare i morti o incinerarli? Dilemma antico, al quale sono state date risposte diverse. Una volta si pensava che vi fossero popoli inumatori e popoli inceneritori: i primi, dicevano alcuni, adoravano gli dèi inferi, i secondi quelli celesti; secondo altri i nomadi bruciavano i morti, i popoli stanziali li inumavano; altri, ancora, credevano che i preindoeuropei inumassero e gli indoeuropei incinerassero. Ipotesi tutte errate. Spesso, infatti, la scelta tra inumazione e incinerazione non è esclusiva. Né ora né nell’antichità, dove quel che importava veramente era che ai defunti fossero resi gli onori funebri: fino a che non li avevano ricevuti, infatti, i morti non trovavano pace nell’aldilà (e, pensavano i romani, rischiavano di tornare a tormentare i vivi in forma di Larvae o Lemures). I riti funebri, dunque, erano un momento importantissimo della vita sociale, che si svolgeva secondo regole non molto diverse in Grecia e a Roma: al morto venivano chiusi occhi e bocca, il suo nome veniva invocato a gran voce (la conclamatio romana), e il cadavere veniva preparato per il rito funebre, più o meno solenne a seconda delle condizione del defunto. Nell’Iliade, sulla pira di Patroclo, Achille, insieme al cadavere dell’amico, brucia due dei suoi cani, quattro cavalli e ben dodici giovani prigionieri troiani. Anche se la descrizione epica non va presa alla lettera, sulla pira dei nobili, spesso, venivano effettivamente collocate le loro armi, i loro cani e i loro cavalli. A Roma, invece, dice Cicerone, la consuetudine più antica voleva che i defunti venissero inumati. Ma questa pratica coesisteva già con la cremazione nelle XII Tavole (450 a.C.), che per ragioni igieniche vietavano di seppellire o bruciare i morti in città; e nonostante il divieto di seppellire o bruciare oggetti d’oro insieme al defunto (una norma contro il lusso), stabilivano che non venisse punito chi seppelliva o bruciava un morto i cui denti erano stati legati con l’oro. Interessante ricordare, infine, che quando la cremazione si diffuse sino a diventare il rito più corrente entrò in uso la pratica nota come os resectum: al cadavere, prima di bruciarlo, si tagliava un piccolo osso (abitualmente quello di un dito), che veniva quindi seppellito. Simbolicamente, il defunto tornava comunque alla terra madre.

Tuesday, March 25, 2008

Il Discorso della verità contro i cristiani

Il Discorso della verità contro i cristiani

(I, 2) La loro dottrina e', all'origine, barbara. In effetti i barbari sono abili a scoprire dottrine, ma per quanto riguarda la loro valutazione, il consolidamento e l'esercizio, in vista del conseguimento della virtù, di quanto i barbari hanno scoperto, i Greci sono certo più capaci.

(I, 4) La parte morale della dottrina, poi, non costituisce un insegnamento elevato e nuovo perché la si trova tale e quale anche presso gli altri pensatori.[3]

(I, 5a) Giustamente essi non credono negli dei foggiati dalle mani degli uomini, perché sarebbe assurdo che fossero dei i prodotti di artefici quanto mai vili e malvagi nell'indole, prodotti spesso confezionati anche da uomini ingiusti. Ma questa non e' una novità, perché già Eraclito disse: "chi si rivolge a cose inanimate credendole divinità fa come chi parla ai muri delle case".[4] Questo e' anche il pensiero dei Persiani, come racconta Erodoto.

(I, 8a) E non voglio dire che chi abbraccia una buona dottrina, quando per essa corresse pericolo [5] nel mondo, debba abbandonarla o simulare di averla abbandonata o sconfessarla. Infatti nell'uomo c'e' qualcosa che e' affine alla divinità e superiore alla materia, e le persone in cui questa parte si esplica aspirano rettamente con tutte le loro forze all'essere che e' loro affine e bramano che si dica e si ricordi loro sempre qualcosa che lo concerna. Ma nell'accogliere le dottrine bisogna seguire la ragione ed una guida razionale, perché chi accoglie il pensiero altrui senza questa precauzione e' sicuramente passibile di inganno.

I Cristiani invece fanno proprio come quelli che, contro i principi della ragione, prestano fede ai sacerdoti questuanti di Cibele,[6] agli indovini, ai vari Mitra e Sabadii [7] e al primo venuto, comprese le apparizioni di Ecate o di altra dea o di altri demoni. Come infatti tra quelle persone spesso degli uomini scellerati trovano facile terreno nella dabbenaggine di chi si lascia facilmente ingannare e le portano dove vogliono, così succede tra i cristiani. Alcuni su ciò in cui credono non sono disposti ne' a dar conto ne' a riceverne, ma si limitano a dire: "Non indagare, ma abbi fede" e "la tua fede ti salverà". E aggiungono: "La sapienza nel mondo e' un male, la stoltezza un bene".

(I, 27) Ma i cristiani sono volgari e rozzi, volgare e' la loro dottrina e per la sua volgarità e per la sua assoluta incapacità ai ragionamenti ha conquistato le sole persone volgari, sebbene tra di essi non vi siano solo persone volgari, ma anche persone moderate e ragionevoli e intelligenti, nonché disposte all'interpretazione allegorica.(III, 16a) Attirano la gente usando mille modi e inventano motivi di terrore.[8] Infatti combinano insieme le errate interpretazioni dell'antica concezione, con queste, come fossero melodie di un flauto, incantano ed ammaliano preventivamente la gente, come quelli che strepitano coi tamburi intorno agli iniziandi ai riti coribantici.
(III, 17) Le cerimonie della religione cristiana sono simili ai riti egiziani. Chi si accosta a quelli vede splendidi santuari, boschi sacri, vestiboli grandiosi e splendidi, templi meravigliosi e intorno ad essi superbi padiglioni. Vede cerimonie molto pie e dalla misterica religiosità. Quando però poi si entra e ci si fa più accosto, si osserva che vengono adorati un gatto o una scimmia o un coccodrillo o un caprone o un cane.[9] I Cristiani deridono gli Egiziani che pure presentano molti misteri di non poco conto, poiché insegnano che tali cerimonie sono onori resi non ad animali effimeri, come i più credono, ma ad eterne idee. Perciò quelle cerimonie producono l'impressione, in chi ha appreso questi misteri, di non essere stato iniziato invano. E i Cristiani, così facendo, si comportano da sciocchi, perché nelle interpretazioni che riguardano Gesù non introducono nulla di più serio dei caproni e dei cani degli Egiziani.

(III, 44) Più assennati sono quei Cristiani che fanno le seguenti prescrizioni: "Nessuno che sia istruito si accosti, nessuno che sia sapiente, nessuno che sia saggio (perché tutto ciò e' ritenuto male presso di loro);[10] ma chi sia ignorante, chi sia stolto, chi sia incolto, chi sia di spirito infantile, questi venga fiducioso!". E infatti che persone del genere siano degne del loro dio, essi lo ammettono apertamente proprio in quanto vogliono e possono convertire solo gli sciocchi, gli ignobili, gli insensati, gli schiavi, le donnette e i ragazzini.[11] Come potrebbe altrimenti ritenersi un male, infatti, l'essere istruito ed esperto nelle migliori dottrine ed essere ed apparire intelligente? Che impedimento questo produrrebbe ai fini della conoscenza di Dio? Perché non dovrebbe essere piuttosto un vantaggio e un mezzo con cui si possa meglio pervenire alla verità?

(III, 55) Vediamo che anche nelle case private lavoranti di lana, ciabattini e lavandai e la gente più ignorante e più rozza, non ardiscono parlare alla presenza dei padroni più anziani e più assennati, ma quando riescono a trarre in disparte i loro figli e con questi qualche sciocca donnetta, allora espongono le storie più mirabolanti e dicono che non bisogna ubbidire al padre ed ai maestri, ma si deve prestare ascolto a loro. Quegli altri - dicono - cianciano e sono degli storditi e in realtà non conoscono ne' sono in grado di operare nessun bene, ormai in balia come sono dei loro pregiudizi, vuote ciance e null'altro. Loro soli invece conoscono la norma della vita: e i ragazzi, se daranno loro retta, saranno felici e renderanno prospero il casato.

E se, mentre così parlano, vedono comparire o un maestro o una persona intelligente o anche il padre di quei ragazzi, allora i più prudenti se la squagliano impauriti, gli sfrontati invece incitano i fanciulli a ribellarsi sussurrando loro cose del genere: non se la sentiranno e non potranno spiegare niente di buono ai fanciulli alla presenza del padre e dei maestri, perché vogliono evitare la stoltezza e la rozzezza; quella e' gente completamente corrotta, giunta al limite della cattiveria e pronta a punirli.
Ma, se son disposti, bisogna che lascino perdere il padre ed i maestri e vengano con le donnette e coi ragazzini compagni di giochi nella bottega del cardatore [12] o in quelle del ciabattino o del lavandaio, perché possano ricevere l'istruzione completa. E con queste chiacchiere li convertono.
(I, 28) T'inventasti la nascita da una vergine: in realtà tu sei originario da un villaggio della Giudea e figlio di una donna di quel villaggio, che viveva in povertà filando a giornata. Inoltre costei, convinta di adulterio, [13] fu scacciata dallo sposo, falegname di mestiere. Ripudiata dal marito e vergognosamente randagia, essa ti generò quale figlio furtivo. [14] Spinto dalla povertà andasti a lavorare a mercede in Egitto, dove venisti a conoscenza di certe facoltà per le quali gli egiziani vanno famosi. Quindi ritornasti, orgoglioso di quelle facoltà e grazie ad esse ti proclamasti Dio. Tua madre, dunque, fu scacciata dal falegname, che l'aveva chiesta in moglie, perché convinta di adulterio e fu resa incinta da un soldato di nome Pantera.[15] Ma l'invenzione della nascita da una vergine e' simile alle favole di Danae, di Melanippe, di Auge e di Antiope.[16] Ma era forse una bella donna tua madre e, appunto perché bella, a lei si unì Dio, che pur non e' naturalmente portato ad amare un corpo corruttibile? Non sarebbe stato neppure verosimile che Dio si fosse innamorato di lei. Ella non era donna di condizione ricca o regale, dal momento che nessuno la conosceva, nemmeno i vicini, e, una volta venuta in odio al falegname e ripudiata, non la salvò né la divina provvidenza ne' il Verbo della Persuasione.[17] Tutto questo, dunque, non ha nulla a che vedere col regno di Dio.

(V, 14) Altra loro stolta credenza e' che, quando Dio, quasi fosse un cuoco, avrà acceso il fuoco, tutto il resto dell'umana stirpe sarà abbrustolita, e loro soli resteranno, e non solo i vivi, ma anche, risorti con quelle loro stesse carni dalla terra, quelli che nei tempi andati, quando che fu, morirono. Solo i vermi potrebbero nutrire tale speranza! Infatti quale anima umana potrebbe desiderare ancora un corpo putrefatto? Del resto questa dottrina non e' accolta nemmeno da alcuni di voi ne' da certi Cristiani:[18] la grande empietà ad essa connessa non solo infatti e' ripugnante, ma e' anche impossibile a dimostrarsi. Non e' in effetti possibile che un corpo completamente corrotto ritorni alla natura originaria e proprio a quella primitiva costituzione dalla quale si e' dissolto. Non potendo dare alcuna risposta, essi ricorrono all'assurdo sotterfugio che, cioè, a Dio tutto e' possibile. Ma la turpitudine, almeno, non e' possibile a Dio, né Dio può volere ciò che e' contrario alla natura. E se tu bramassi, data la tua malvagità, qualche nefandezza, non per questo Dio potrà attuarla, ne' per questo si deve credere che senz'altro si verificherà. Perché Dio e' causa prima della retta e giusta natura, non del desiderio sconveniente, ne' della traviata licenza. Egli potrebbe sì fornire all'anima una vita eterna, ma "i cadaveri" dice Eraclito "son da buttar via più che lo sterco". Ma rendere irragionevolmente eterna la carne, piena di cose che il tacere e' bello, Dio certo né lo vorrà, né lo potrà. Egli e' infatti la ragione di tutti gli esseri e quindi non e' in grado di operare contro la ragione e contro se stesso.

1] Come avvenne per l'opera di Porfirio, condannata da un imperiale decreto.
[2] Il Discorso della verità fu scritto probabilmente nel 178.
[3] Basti pensare a Socrate stesso (presso Platone) e a Seneca: "Uguali ai nostri sono gli ammonimenti e gli insegnamenti dei filosofi: l'onesta', la giustizia, la fermezza, la temperanza, la verecondia".
[4] La condanna del culto delle statue, discendente direttamente dalla legge ebraica, e' tema frequente dell'apologetica dei primi secoli.
[5] Celso non allude qui (come Origene vuol fare intendere) al martirio cristiano, ma alla costanza del filosofo (si ricordi Socrate). Il martirio cristiano per i pensatori pagani e' frutto di fanatismo e di irragionevolezza.
[6] Evirati, sfacciati e spudorati, i sacerdoti questuanti recavano per le città la statua della dea siriaca o Atargatis, la versione siriaca della frigia Cibele, la Magna Mater dei romani.
[7] Gli iniziati ai misteri di una divinità si identificavano con essa e spesso venivano chiamati col nome del Dio. Mitra, in origine divinità iranica, poi identificato con le divinità solari elleniche, ebbe culto misterico in occidente a partire dal I secolo a.C. Sabadio, divinità trace e frigia della vegetazione, fu associato con Mitra e con Attis e quindi con la dea siriaca e con Cibele. Ecate, in origine divinità lunare, ma spesso confusa con Artemide e con Persefone, era anche la massima dea delle maghe e delle incantatrici.
[8] Giust. II 9,1: "Dicono che sono favole vane e terrificanti quelle che noi raccontiamo circa la punizione degli ingiusti nel fuoco eterno e che noi vogliamo che gli uomini vivano in rettitudine per paura". Queste favole terrificanti sono, secondo Celso fraintendimenti dell' antica dottrina.
[9] Le divinità degli egiziani erano rappresentate in forme di animali e di uomini con teste di animali.
[10] Per il pagano Celso il concetto cristiano di "fede" era inconcepibile e sospette dovevano apparirgli le espressioni "rovinerò la sapienza dei sapienti e condannerò la prudenza dei prudenti (Isaia 1,19). La ricerca di Dio e della verità resta pur sempre, per un pagano, appannaggio del filosofo.
[11] Che la propaganda cristiana si svolgesse spesso tra la gente umile ed ignorante, era un dato di fatto e nello stesso tempo il motivo dell'accusa che i pagani rivolgevano ai cristiani.
[12] La bottega del cardatore era tanto frequentata dalle donne da essere indicata con lo stesso termine con il quale si indicava il gineceo (gynaikonitis). Le botteghe qui ricordate erano centri di propaganda cristiana.
[13] L'accusa e' di origine giudaica e si trova forse testimoniata nei testi rabbinici (nei quali spesso Gesù e' indicato con l'espressione "un tale"), v. per es. Bonsirven: "R. Simeoni ben Azzai dice: ho trovato un registro genealogico a Gerusalemme ove era scritto: Un tale, bastardo, proviene da un matrimonio adultero (con la donna di un altro)". C'e' anche chi vede un'allusione a questa accusa in J. 8,41 dove alcuni Ebrei dicono a Gesù: "Noi non fummo generati da fornicazione, abbiamo un solo padre: Dio". La diffusione e la persistenza di tale accusa durante i primi secoli d.C. e' dimostrata anche dagli Atti di Pilato, secondo i quali, in occasione del processo, gli Ebrei rinfacciarono a Gesù la sua nascita da "fornicazione".
[14] L'espressione e' omerica ed e' riferita al frutto di un amore segreto.
[15] Così la tradizione rabbinica dalla quale Gesù e' chiamato Ben Pandera o Panthera (figlio di P.), confutata dagli apologisti cristiani, i quali sostenevano che Ben Pandera era nonno di Gesù o antenato comune di Giuseppe e di Maria (ma si tenga presente che nelle polemiche antiche un falso veniva più spesso confutato con un altro falso).
[16] Il paragone con altre nascite da vergine era già stato attribuito da Giustino a trifone, che cita appunto l'esempio di Danae, la madre di Perseo.
[17] Nel sarcasmo e' implicito il paragone con le eroine sopra citate, che furono difese o salvate dai loro figli divini.
[18] Tra i cristiani non credevano nella resurrezione gli gnostici, e probabilmente, agli inizi, alcuni gruppi di cultura greca.

Tratto da: Celso. Contro i cristiani.
Traduzione, premessa al testo e note di Salvatore Rizzo.
Biblioteca Universale Rizzoli - Milano, 1989.

Antigone cosa ci resta delleroina di Sofocle, Un dramma fra politica ed etica

La Repubblica 25.3.08
Processo allo Stato
Antigone cosa ci resta delleroina di Sofocle, Un dramma fra politica ed etica
di Franco Cordero

La tragedia di Sofocle si fonda sul principio che la legge non incarna valori assoluti. E che l´unico scudo contro le sbornie dogmatiche è l´analisi critica
Una scelta implica rischi. L´importante è spendersi per la soluzione meno dubbia
La donna è un´antagonista del tiranno, cerca "luminosa gloria" a costo della vita
L´eroina greca si scaglia contro un comando iniquo in nome di norme immutabili

Antigone è testo canonico della retorica giusnaturalista: l´eroina ignora l´iniquo comando (lasciare insepolto il cadavere del fratello, nemico pubblico); vigono norme divine immutabili; e l´epilogo tristissimo prova quanta ragione avesse. Lettura edificante ma tentiamo glosse meno piatte.
Sofocle compone una trilogia concatenata come le costruiva Eschilo, cominciando dalla fine d´una nera saga familiare, nel cinquantasettesimo anno, 442 a.C.: i precedenti lontani vanno in scena almeno 12 anni dopo (430-425); e racconta la seconda tranche d´eventi novantenne o quasi, rappresentata postuma a cura del caro omonimo nipote, malvisto dal padre. Labdaco è figlio di Polidoro, nato da Cadmo e Armonia, il cui ceppo annovera tre figure olimpiche, Afrodite, Ares, Zeus. Suo figlio Laio, monarca tebano, s´attira la collera d´Era, custode dei matrimoni, con una scandalosa liaison omosessuale: aveva rapito Crisippo, la cui morte desta l´ira d´Apollo; tre oracoli predicono sventura se avesse un figlio da Giocasta. Ne nasce uno e i genitori lo espongono con le caviglie trafitte da un punteruolo, affinché abbia ancora meno chance senza che l´atto sia tout court infanticida, donde Edipo: quello dai piedi gonfi; nome ormai desueto, indicava i Dattili, figli della Terra (le creature del mondo tellurico hanno passi pesanti). Ma sopravvive, allevato come figlio da Polibo e Merope regnanti su Corinto. Ormai uomo, consulta l´oracolo delfico sul suo vero status familiare (un ubriaco gli aveva dato del bastardo). Risposta ambigua, come spesso sono i detti apollinei: rischia d´essere parricida e marito incestuoso della madre; non è chiaro il modo della predizione, assoluta o ipotetica. Tali essendo le prospettive, sta lontano da Corinto. Andava a Delfi anche Laio, per sapere se sia ancora vivo quel figlio pericoloso: lo incontra in una strettoia; irrompe il carro regio; lo junior ha riflessi pronti; offeso dalla soperchieria, colpisce col bastone quel prepotente lasciandolo stecchito. Gli succede Creonte, fratello della vedova. Tempi funesti. La Sfinge, mandata da Era, imperversa col suo enigma, divorando i défaillants: c´è un animale con quattro, due o tre gambe; quante più sono, tanto meno rapidi i movimenti. Creonte offre regno e mano della vedova a chi liberi Tebe. Vi riesce Edipo identificando il mutante nell´uomo: dapprima locomotore su mani e ginocchia; poi diventa bipede; vecchio e curvo, usa anche un bastone. L´oracolo s´è compiuto: Edipo re, parricida e marito della madre; non lo sanno; e dalle nozze sciagurate nascono quattro figli, Polinice, Eteocle, Antigone, Ismene.
Tale l´antefatto quando Tebe soffre d´una misteriosa peste; secondo Delfi, consultato da Creonte, il miasma dipende dal vecchio regicidio: l´epidemia finirà quando abbiano scoperto il colpevole. Edipo indaga; s´è pubblicamente impegnato; interroga Tiresia, vecchissimo indovino cieco (ancora adolescente, aveva visto nuda Atena); lo sente reticente e insiste; l´alterco svela quasi tutto; non rendendosene conto, fiuta un complotto le cui fila tiri Creonte, ma confida dubbi angosciosi alla madre-moglie raccontando i precedenti, incluso l´evento mortale nella collisione dei carri. L´arrivo d´un messo da Corinto innesca le agnizioni finali: era solo figlio adottivo del Polibo, la cui morte costui notifica; l´aveva trovato un pastore sul Citerone e questo testimone vive ancora; lo scovano. I due sventurati non resistono all´orribile verità: Giocasta s´impicca; lui strappa le fibbie d´oro dal cadavere e se le conficca negli occhi. Qui finiva la storia tebana d´Edipo.
Il séguito (terza e ultima tragedia) ha come scenario un bosco presso Atene, santuario delle Eumenidi, già nefaste potenze infernali: arriva mendicando, accompagnato da Antigone; Ismene porta notizie. I fratelli sono in guerra: il minore, Eteocle, s´è impadronito della città; lo spodestato primogenito vuol riconquistarla con l´armata che raccoglie ad Argo. Edipo li maledice: potevano salvarlo; e quando usciva dal delirio autopunitivo, l´hanno espulso; non gli corrano dietro adesso; soccomberanno tutti. Teseo, re ospitale, gli garantisce tutela se qualcuno avesse disegni violenti. Viene Creonte, falso amico, «ghigno subdolo e lingua affilata»: vuol ricondurlo tra le mura, adoperabile quale totem; ha catturato Ismene; prenderà anche Antigone; tiene discorsi ipocriti; possibile che gli ateniesi accolgano un parricida incestuoso?
Falsario arrogante, risponde Edipo, erano sventure incolpevoli. Il coup de main sulle due è fallito. Ultimo appare Polinice, il cui nome definisce l´anima, «uomo dai mille litigi». Miserabile, viene piangendo dal padre che aveva espulso: vuole il suo avallo contro Tebe; gli assedianti saranno sconfitti; i fratelli morranno, uccisi uno dall´altro.
Invano Antigone l´esorta a desistere: tenterà la sorte senza svelare la predizione ai sei condottieri alleati: forse è solo un desiderio del vegliardo che l´avventura finisca così; se muore, le sorelle lo seppelliscano. Zeus tuona: «Mi chiama»; «Andate in cerca del re», ordina Edipo. Solo Teseo lo vede scendere nell´Ade «in una calma sovrumana» (è esperto del sito, essendovi andato con Piritoo): risuona una voce; «Edipo, cos´aspetti?». Le due figliole tornano a Tebe.
La peripezia finisce nella città salva: gli argivi hanno tolto l´assedio; i due fratelli sono morti (le Fenicie d´Euripide la reinventano presentando Edipo sopravvissuto alla battaglia e Giocasta suicida sul cadavere dei figli). Prologo a due voci a proposito dell´editto emanato da Creonte: l´assalitore resti insepolto; sarà lapidato chiunque compia o tenti riti funebri.
Antigone, antagonista del tiranno, parla e posa da virago: Edipo è l´uomo dai piedi gonfi; lei ha l´Io ipertrofico; cerca «luminosa gloria» a costo della vita. Ismene incarna una dolente sensibilità femminile: già sono oppresse dalle sventure familiari; non le aggravi temerariamente; da parte sua subirà la forza iniqua dei vivi chiedendo perdono alle ombre; sarebbe follia sfidarli. Creonte era persona ostica, l´abbiamo visto nella seconda e terza pièce della trilogia.
Tale rimane in vesti regali: qualcuno ha sparso terra sul cadavere, annuncia una delle guardie; e lui sospetta che suoi avversari le abbiano comprate; lo scovino o morranno male. Non avevano visto niente, protesta: comandi e lo giurano; o impugnano un ferro incandescente o passano nel fuoco, due classiche ordalie. Secondo episodio: riappare la guardia, allora penitente, adesso radiosa, spingendo Antigone; «eccola qui»; e racconta come l´abbia sorpresa sul fatto mentre ripeteva l´atto delittuoso; «prendila, fanne quel che vuoi»; confessi il delitto. Non poteva essere ritratto meglio l´homunculus oboediens (ad esempio, i gendarmi dall´aria perbene che sorvegliano gl´imputati nelle fotografie dei dibattimenti post 20 luglio 1944 davanti al Tribunale del popolo nazista, destinati a turpi supplizi). Nel dialogo tra i due congiunti, zio e nipote, pulsano violente antipatie: coatta dal bisogno d´esibirsi, lo provoca (se la paura non chiudesse le bocche, quel gesto sarebbe celebrato); lui non ammette che «sia una femmina a comandare». Nobilmente Ismene confessa una correità morale, rimbeccata dalla sorella: e più che affetto, lo direi egotismo; vuol riempire la scena da sola. «Due pazze», commenta il tiranno, archetipo del potere politico naturalmente ottuso.
Segue un dialogo impossibile col figlio, al quale Antigone era promessa. Gli spiega che fattore distruttivo sia l´anarchia: abbatte gli Stati, sovverte le case, scatena disfatte; l´ordine ante omnia; e «mai cedere a una femmina». D´accordo sui teoremi, risponde diplomaticamente Emone, ma consideri l´altro lato della questione. No, «costei è infetta dal malanimo». I tebani pensano diversamente. Non gl´importa, lo Stato è possesso legittimo del sovrano. Così regnerà nel deserto (corrono gli anni d´oro dell´Atene democratica).
Creonte, sinora raziocinante su premesse dogmatiche, scoppia d´ira: comanda che gliela portino e sia uccisa lì; Emone gli dà del folle e corre via. Servili i coreuti (15 vecchi, organo vocale d´un labile sentimento collettivo). Infine, decide: Ismene esce indenne; Antigone sarà chiusa in una caverna con del cibo; se vuole, Ade la salvi (ancora ordalìa, meno pericolosa della deiectio e rupe Tarpeia, dove al paziente resta una sola chance, che qualche dio lo prenda a volo, rompendo la serie causale). S´è spenta la fiammata dell´inflazione psichica. Antigone esce gemebonda: ecco l´ultimo suo sole; va all´Acheronte, sposa d´Ade; morrà come Niobe, trasformata in rupe; comandi iniqui la mandano nella prigione-tomba; «trascinata così, senza amici né sposo», «mi tolgono questa luce». Creonte taglia corto: la portino via; là dentro può vivere o lasciarsi morire. Il coro rende ossequio al tiranno. Chiude l´autocompianto un´inutile mozione d´affetto: «O Tebe, terra dei miei padri, o celesti progenitori»; «guardate la figlia dei vostri re, che cosa deve patire e da quali uomini», avendo adempiuto un dovere morale.
Siamo allo scioglimento, in lingua aristotelica, catastrofe. L´annuncia Tiresia, àugure, quindi ornitologo: seduto nella specola, ascoltava i rumori d´una zuffa furiosa d´uccelli; fenomeni allarmanti, né riusciva la prova delle fiamme sull´altare. L´insepolto contamina Tebe: gli dèi rifiutano i sacrifici; ripensi gli ordini, insistere sarebbe stupidità arrogante. Creonte sospetta ancora manovre politiche e oracoli venali. A parole, non demorde: il corpo del nemico pubblico rimarrebbe dov´è anche corresse tutto l´oro indiano e le aquile portassero i lacerti infetti alla sede del Padre Zeus; «la mia volontà non è in vendita»; ma le iperboli mascherano un panico religioso ("orghé", "horror", "tremor", ecc.) Le Erinni sono già al lavoro, affermava l´indovino cieco, mai smentito dai fatti. Sia prudente, consigliano i coreuti, meno succubi perché lo vedono malfermo. S´è arreso, dicano il da farsi: Polinice sepolto e Antigone libera, subito; le sciagure arrivano fulminee. L´Esodo, infatti, è una sequela calamitosa narrata dal messo: bisognava cominciare dalla sepoltura, poi aprono la caverna; sale un pianto; Antigone s´era impiccata col lino della veste; Emone l´abbraccia; chiamato dal padre, gli sferra un fendente; l´altro lo schiva, allora si pianta la spada nelle viscere; consumeranno le nozze agl´inferi. Quantum mutatus ab illo: Creonte porta in braccio il figlio e s´incolpa dell´accaduto; era demente, ostinato negli errori.
Particolare notevole: non evoca agenti esterni; ammette una colpa, anzi vergogna sua, mentre era antica abitudine greca disfarsi dell´angoscia causata da stati d´animo funesti proiettandoli; "ate" è il nome mitologico della causalità psichica, vedi l´autodifesa d´Agamennone (Iliade, XIX). Non mendica scuse: scelte personali conducevano al colpo con cui un dio l´ha stordito, del quale parla nella battuta seguente; assurdamente le riteneva giuste. Vistolo sgomento, quindi innocuo, i vecchi calcano la mano: è tardi ormai; doveva convertirsi prima. Non ha ancora toccato il fondo. Il secondo messo porta l´ultima notizia funesta: è morta anche Euridice, sua moglie, trafiggendosi; e l´ha maledetto attribuendogli la morte dei due figli (l´altro era Megareo, caduto su una delle porte: lo nomina Eschilo nei Sette a Tebe). E storia nera quella d´Edipo e famiglia; compendiamola in una massima dell´autocrate convertito: i conati umani sono «dolorosi e inutili». Antigone sconta i Todestriebe acuiti dall´Io gonfio: inseguiva la «bella morte»; gliel´aveva detto anche Ismene («vai, innamorata dei morti, se così hai deciso»: Prologo). Insomma, era predestinata al suicidio.
In sede etica e politica semina idee capitali, talvolta fraintese, questo trentaduesimo dramma con cui Sofocle vince il concorso dell´anno 442 a C.: lo Stato non incarna valori assoluti, anzi cova grovigli d´interessi impuri; siamo animali deboli, con midolla manipolabili, vedi quel coro pieghevole, quindi l´unico scudo contro le sbornie comunitarie è l´analisi critica. Chiunque li detti, i dogmi non meritano il sacrificium intellectus, tanto meno quando servano interessi riconoscibilmente particolari, né vigono criteri infallibili, tali non essendo nemmeno le asserite leggi divine: siccome ogni scelta implica rischi, l´importante è spendersi nella ricerca della soluzione meno dubbia, secondo la misura dei talenti individuali; nessuno creda d´essersi salvato l´anima con un torpido mimetismo. Sotto quest´aspetto la mancata sposa d´Emone tramanda un archetipo ammirevole.

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Saturday, March 22, 2008

Il nostro cervello ha bisogno di mostri. Ci crediamo? E' un fenomeno etologico

Corriere della Sera 22.3.08
Film e letteratura horror: perchè hanno tanto successo
Il nostro cervello ha bisogno di mostri. Ci crediamo? E' un fenomeno etologico
di Danilo Mainardi

La prima volta che si parlò del mostro di Loch Ness fu nel 1871, quando un certo signor Mackenzie credette d'aver visto, sulla brumosa superficie del Loch omonimo, un lago scozzese, qualcosa muoversi stranamente e a differenti velocità, e da ciò suppose che un essere mostruoso si nascondesse in quelle acque fino ad allora praticamente sconosciute. Fu questa l'origine della leggenda che ha poi goduto sempre d'un'ottima salute in quello che si definisce come l'immaginario collettivo. E il mostro (Nessie per gl'intimi) piace sempre di più. A riprova di ciò è il successo che ha accolto la recente proiezione negli Usa dell'ennesima pellicola, intitolata appunto «The Water Horse: legend of the deep» (Sony Columbia Pictures), film che da pochi giorni è presente anche nelle nostre sale cinematografiche. E siccome piacerà anche da noi, è prevedibile che ciò rinfocoli anche in Italia il dibattito tra quelli che all'esistenza del mostro vogliono assolutamente credere e quelli che, al contrario, non ci credono per niente.
La storia di Nessie è, a ogni modo, scientificamente interessante, o per lo meno istruttiva. Essendomi capitato (avendo partecipato a una puntata dedicata all'argomento della trasmissione televisiva «Enigma » di Corrado Augias) di analizzare con attenzione la documentazione sul presunto mistero, inizierò affermando, in tutta sicurezza, che il mostro non esiste né, verosimilmente, mai è esistito. Potrebbe, ben che vada, trattarsi d'un grosso pesce. Quanto alle cosiddette prove, esistono solo foto, in parte certamente taroccate, dove si scorgono strane macchie, un po' di schiuma, niente di più consistente. Davvero poco come evidenze concrete. Abbiamo però le testimonianze, e quelle sì che sono tante. Molte sono le persone che asseriscono d'aver visto qualcosa. Due naturalisti, Sir Peter Scott e Robert Rines, hanno immaginato che il mostro fosse una specie di foca, cui hanno regalato il nome scientifico di Nessiteras rhombopteryx. A ogni modo, a nessuna persona di buon senso non può che risultare evidente che, siccome nessun animale può perpetuarsi nel tempo stando solo, occorrerebbe ipotizzare l'esistenza, almeno, d'una piccola popolazione di mostri, questa sarebbe sicuramente stata identificata. Inoltre, nel tempo, avrebbe dovuto lasciare consistenti tracce biologiche.
Il mistero vero, pertanto, sta soprattutto nel perché tante persone (anche non considerando quelle interessate agli ovvi vantaggi per il turismo locale) continuino a credere all' esistenza del mostro e, soprattutto, perché molti abbiano sostenuto d'averlo addirittura visto. Aiuta un fenomeno etologico che si chiama «costruzione dell'immagine di ricerca» che consiste nel fatto che, se un predatore si specializza nel catturare una preda, poi è in grado di percepirla anche in un ambiente dove un essere non specializzato mai la coglierebbe. Bastano pochi segni, pochi tratti emergenti, e quel predatore è come se la vedesse, come se l'estraesse dal contesto, completandola poi di suo. Ebbene, noi umani sappiamo fare altrettanto. Così, se per ipotesi andassimo speranzosi al lago provvisti di una immagine culturalmente ereditata, basterebbe una macchia un po' strana, un'altra un po' più in là, e quel mostro potremmo senz'altro pensare di vederlo, perché il suo disegno si concretizzerebbe automaticamente nel nostro cervello. A tutti d'altronde è capitato di credere di vedere una cosa che poi, avvicinandoci, era invece tutt'altra.
Detto ciò, si potrebbe perfino affermare che il mostro, in un certo senso, esiste, e che l'errore sta piuttosto nell'habitat dove insistiamo a volerlo piazzare. In quel loch, cioè, mentre la sua vera casa altro non è che il nostro teatrino mentale. Se poi i teatrini sono tanti, tanto meglio. Come infatti ha scritto Iris Murdoch: «Una storia è vera se ci sono abbastanza persone disposte a crederci». La nostra specie è fatta così, e pertanto anche questa è etologia umana.

La scoperta del bello, Come i greci divennero classici

La Repubblica 22.3.08
Si apre il 29 marzo a Mantova una grande mostra di arte antica
La scoperta del bello, Come i greci divennero classici
di Salvatore Settis

Platone aveva svalutato le arti figurative viste come imitazione della realtà
Per gli antichi la techne (in latino ars) era una competenza tecnica
È tra Sette e Ottocento che la patria di Omero diventa un punto di riferimento, un serbatoio di idee e di progetti validi per il futuro grazie agli studi di Winckelmann

In un autografo di Hegel, scritto verso il 1796 con il contributo (a quel che pare) di Schelling e di Hölderlin, la fondazione di una nuova etica come «sistema completo di tutte le idee o - il che è lo stesso - di tutti i postulati pratici» include la «rappresentazione di "me stesso" come un essere assolutamente libero», «che porta in sé il mondo intellettuale e non deve cercare né Dio né l´immortalità fuori di sé». Questo progetto trova nel Bello il suo principio unificante: «.. l´idea che le unifica tutte, l´idea della bellezza, prendendo la parola nell´elevato senso platonico. (...) L´atto supremo della ragione, quello col quale essa abbraccia tutte le idee, è un atto estetico; verità e bontà sono affratellate solo nella bellezza»; anzi, l´estetizzazione delle idee è il presupposto necessario per un patto sociale che leghi i filosofi e il popolo in una «nuova religione che sarà l´ultima, la più grande opera dell´umanità». In questo incunabolo dell´idealismo tedesco aleggia lo spirito di Platone, evocato ad assicurare il primato dell´esperienza estetica come cuore conoscitivo dell´io, che ne assicura l´intimo legame col mondo della natura e con quello della città. Bellezza, filosofia e grecità sono tutt´uno (...)
Il Bello di cui qui si parla non è solo quello delle arti figurative o della poesia, non è fatto solo di corpi atletici, templi marmorei, versi epici, tragici o lirici. Corrisponde a un sistema di concetti e di valori (armonia, misura, equilibrio), che proprio fra Sette e Ottocento veniva prendendo il nome, ancor oggi in voga, di «classico»; e cioè una sorta di perfezione immutabile che valga sia nel tempo (in particolare, nella storia dell´antica Grecia) sia fuori dal tempo (perché modello perpetuo per le generazioni future). La cultura greca, vecchia di oltre duemila anni, acquistava in tal modo il ruolo inatteso di un serbatoio di idee e di progetti per il futuro.
Eppure, la concezione del Bello come ispiratore di una nuova etica, di una nuova religione e di una nuova società non sarebbe stata possibile senza la mediazione di una speciale bellezza sensibile, quella dell´arte greca, che l´Europa colta aveva scoperto grazie alla Storia dell´arte dell´Antichità di Johann Joachim Winckelmann (Geschichte der Kunst des Alterthums, 1764).
Egli era riuscito nel compito quasi impensabile di dare all´arte greca non solo la piena consistenza di una narrazione storica, ma anche un´attualità e una funzione nel presente e nel futuro. Secondo Winckelmann, l´arte greca realizzò un´irripetibile armonia delle forme, che nella bellezza dei corpi e nell´eleganza del loro atteggiarsi rifletteva le ricchezze e le tensioni della vita interiore; una «nobile semplicità e quieta grandezza» che era negli spiriti e nella tempra della cultura greca, prima d´incarnarsi nel marmo. Perciò l´arte greca trasmette all´osservatore quel prodigioso equilibrio fra libertà razionale dello spirito ed emozione estetica, che egli definì con una parola prelevata dall´italiano, Grazie («grazia»), e indicò come traguardo per gli artisti e per l´educazione delle élites. In questa visione, ideale etico e ideale estetico si fondevano in uno, e l´arte greca generava una metafisica del Bello capace di trasformare nell´intimo l´uomo colto, illuminandone e disciplinandone l´intelletto, donandogli una vita più piena, una più ricca interiorità e libertà (...).
In questa centralità dell´esperienza estetica, definita dalla specialissima grazia dell´arte greca, sembrava trovar soluzione un´antica domanda: se l´artista debba imitare la natura, o cercare i propri modelli nell´arte. Nel Rinascimento italiano si era fatta strada l´idea che l´imitazione perfetta della natura sia già tutta contenuta nelle statue antiche, e che - dunque - il «classico» possa essere l´equivalente del «naturale» o addirittura superiore ad esso (idea espressa poi nel Seicento da teorici dell´arte come Roger de Piles); e si era associato all´arte greco-romana un forte senso del corpo, espresso nella frequente rappresentazione della nudità, che sin dal Medio Evo era stata vista come una caratteristica sommamente «antica». Dopo Winckelmann, l´arte greca fu la nuova stella polare degli artisti, a preferenza della natura stessa; perché l´arte, e non la natura, esprimeva la grazia in grado di innescare un´esperienza estetica rinnovatrice. Nell´arte greca poteva ormai additarsi la matrice dell´arte nuova; in essa trovarsi la perpetua misura del bello, il linguaggio universale del corpo umano e del suo gestire, che era tempo di far rinascere (lo fecero assai efficacemente artisti come Jacques-Louis David).
Queste tesi così influenti, che si formarono nel corso del Settecento e determinarono con forza impressionante il linguaggio e le pratiche dell´arte e della critica del secoli successivi, hanno alcuni aspetti paradossali. Prima di tutto, Winckelmann aveva visto ben poca arte autenticamente greca; egli non sapeva nemmeno che l´Apollo di Belvedere, secondo lui fra le opere greche più perfette, non è che una copia di età romana.
Le sculture del Partenone e quelle di Egina approdarono a Londra e a Monaco solo fra il 1802 e il 1813, e nel corso dell´Otto e del Novecento si ebbe la graduale riscoperta della Grecia e degli originali di arte greca (ancora in corso con rinvenimenti recenti come, per citarne uno solo, i Bronzi di Riace). Le pagine di Winckelmann, che in pochissimi anni avevano conquistato l´Europa, erano state quindi una sorta di profezia sull´arte greca, che con straordinaria lungimiranza riuscì a estrarre «l´essenza dell´arte» dei Greci da copie romane, da notazioni di gusto, aneddoti, racconti delle fonti antiche (per esempio i greci Pausania e Luciano, i romani Cicerone e Plinio il Vecchio); ma poté farlo perché aveva eletto a proprio traguardo l´esperienza estetica non in astratto, bensì nel suo innestarsi su valori etici e civili, di cui già i testi degli Antichi erano impregnati.
Non meno paradossale è un secondo aspetto: l´idea di «arte», o l´artisticità come valore, al centro dell´esperienza estetica esaltata da Winckelmann (e dietro di lui dall´autografo hegeliano citato all´inizio), e poi assolutamente centrale nell´idea di arte fino ai nostri giorni, fu estranea alle civiltà classiche. Per esse, techne (in latino ars, da cui l´italiano «arte») era una competenza tecnica, un know - how che si poteva assimilare e praticare a vari livelli di qualità, ma di cui si poteva parlare solo in termini altamente specifici. Buona o cattiva poteva essere non «l´arte» in astratto; bensì gli esiti tangibili, i «prodotti» della techne del medico, del pittore, del cuoco, dello scultore, dell´aedo, dell´architetto, dell´addestratore di cavalli. Il portatore di ciascuna di queste «arti» doveva avere abilità specifiche, coltivate mediante l´apprendimento di regole, e riconosciute mediante l´esercizio pubblico del mestiere: è solo nel Settecento che prese corpo l´idea di un´«arte» unitaria che si manifesta in varie forme (architettura, scultura, pittura...). Possiamo dunque dire che i Greci produssero al massimo livello «arte» (nel senso in cui ne parliamo dal Settecento ad oggi), e persino tutto un vocabolario del «giudizio d´arte»; ma non ebbero un concetto astratto di «arte» come quello che diamo oggi per scontato, e che si concentra sulle qualità formali e prescinde da ogni altro valore. L´emergere del concetto moderno di «arte» comportò il divorzio delle qualità formali dell´«arte» dai suoi contenuti e dalle sue implicazioni etiche (...).
Maggiore degli altri è forse il terzo (e ultimo) paradosso: Platone, fra tutti i Greci il più citato quanto alle idee sulla bellezza, aveva invece svalutato le arti figurative come imitazione (mimesis) di una realtà sensibile che a sua volta non è che imitazione imperfetta della realtà ideale. Ma proprio questa apparente svalutazione contiene ben chiaro il germe di una convinzione, anzi, opposta: se Platone si batte in favore di certe forme di arte e contro altre forme, è perché riconosce (e perciò teme) il potere della rappresentazione artistica, dalla danza alla pittura.
Perciò egli rigetta con la massima durezza non l´abilità dell´artista, ma la possibilità che essa, giocando sull´ingannevole potere delle arti mimetiche, si dedichi alla rappresentazione di contenuti negativi, diseducativi per il cittadino. Dall´arte Platone esige non la facile bellezza delle forme, ma la superiore bellezza dei contenuti, dei valori, delle idee che danno sostanza alla polis, che vi radicano il cittadino, che assicurano la stabile pratica di un´etica condivisa.

Thursday, March 20, 2008

VOCI E RUMORI DEL MONDO ANTICO, QUANDO PARLAVANO ANCHE GLI ANIMALI

la Repubblica, mercoledì 06.02.2008

VOCI E RUMORI DEL MONDO ANTICO, QUANDO PARLAVANO ANCHE GLI ANIMALI

MAURIZIO BETTINI

La nostra vita è immersa nei suoni. Clacson di automobili, rombo di motori, grida o mormorii televisivi, musica che echeggia nei locali pubblici, un’infinità di voci, accordi, squilli o semplici rum ori della cui esistenza non ci accorgiamo neppure più, se non quando tutto questo, per un motivo o per l’altro, bruscamente cessa. La nostra vi­ta si svolge all’interno di una vera e propria fonosfera. E nel mondo antico? In che cosa consisteva la fonosfera degli antichi?

Possiamo immaginare che, anche in essa, circolassero voci o grida prodotte dagli esseri umani, come accade nel mondo con tempo­raneo, magari con intensità e frequenza anche maggiore. Parole di uomini, ossia gente che discute per strada, si chiama dalla finestra o semplicemente canta. Ma a parte questa immediata intersezione fra le due fonosfere, identificarne altre è difficile: vengono in men­te piuttosto le sonorità che il mondo antico non aveva, men­tre il mondo moderno le ha; e in misura forse minore, quelle che il mondo antico possedeva e che noi abbiamo perduto.

Di certo, per esempio, la fono-sfera antica non conteneva i ru­mori del traffico, l’urlo delle si­rene o i fragori delle fabbriche; né conosceva quel petulante mix di musica e di voci che, diffuso dagli altoparlanti, fa ormai stabilmente parte dell’arreda­mento (sonoro) di molti am­bienti contemporanei, pubblici e privati. Soprattutto nella fonosfera antica non vi era traccia di una presenza che, nel mondo moderno, si è fatta invece pervasiva. Non stiamo pensando alle campane, sonorità che dominò la società cristiana del passato, e che va ormai affievolendosi specie nelle città; ci riferiamo ovvia­mente agli squilli dei telefoni portatili. Sarà un caso se di re­cente, a Chicago, è stato esegui­to il primo «Concertino per cel­lulari e orchestra sinfonica»? Un’intera platea che, all’accen­dersi di un segnale luminoso, fa squillare le suonerie dei propri portatili, mentre sul palco archi e fiati eseguono la loro parte. Se negli anni ormai lontani del co­munismo sovietico le orchestre riecheggiavano i fragori dell’industria pesante, oggi i composi­tori vanno a caccia di sonorità più leggere, ma non meno do­minanti (anche economica­mente).

A questo punto sorge una do­manda. Dobbiamo immaginare quello antico come un mondo più silenzioso di quello odierno? Difficile dirlo, anche se, almeno in media, la fonosfera dei nostri avi avrà per forza avuto intensità minore rispetto a quella con­temporanea; insomma, era di certo una fonosfera più sottile e leggera. Soprattutto però diver­so doveva essere il suo impasto, perché in essa figuravano suoni e rumori che nel nostro mondo, a motivo dei vari mutamenti di civiltà, sono ormai andati per­duti. Si pensi per esempio ai col­pi del martello, il malleus o marculus dei Romani, uno strumen­to che doveva essere molto più usato di oggi (fabbri, stagnai, maniscalchi, carpentieri…); allo strepitus prodotto dalle molae, le macine dei mugnai, le quali trituravano il grano ruotando attorno a un asse sotto la spinta di schiavi o di asini; poi natural­mente al cigolio dei carri, le cui ruote sobbalzavano sui sassi de­gli acciottolati cittadini. «Chi abita presso la via,—aveva scrit­to il poeta Callimaco,— è desta­to dall’asse che stride da sotto il carro; e lo affliggono i fitti colpi dei miseri fabbri che attizzano il fuoco». Ma della fonosfera anti­ca facevano parte anche emis­sioni sonore più sinistre, e certo più sorprendenti per noi.

Pedone Albinovano, scrive Seneca, abitava sopra la casa di Sesto Papinio, uno di quelli che «sfuggono la luce» (lucifugae), nel senso che svolgono di notte tutte le normali attività della giornata — producendone, ov­viamente, anche i relativi rumo­ri, i quali diventavano così ru­mori notturni, e quindi oggetto di una certa attenzione (di un certo fastidio?) da parte di Pedone, che li registrava puntual­mente. «Verso l’ora terza di not­te, — raccontava — si sente ri­suonare la frusta (flagellorum sonus). Chiedo che cosa faccia Papinio, mi rispondono che sta facendo i conti». Dato che a Ro­ma la calcolatrice era uno “stru­mento umano”, uno schiavo, il quale fungeva anche da segreta­rio, il rumore congruente alla contabilità non era un ticchettio di tastiera, ma il crosciare delle frustate. Dalle finestre di Papi­nio uscivano comunque anche suoni meno impressionanti. «Verso l’ora sesta — continuava infatti Pedone — si sentono in­vece delle grida concitate (cla­mor concitatus). Chiedo che co­sa succede, mi dicono che fa esercizi vocali (vocem exercere). Verso l’ora ottava della notte mi chiedo cosa significhi quel ru­more di ruote (sonus rotarum): mi dicono che esce in carrozza». Questo dunque un sintetico schizzo, o meglio un rapido col­lage sonoro, della fonosfera an­tica. Quali altre sonorità poteva contenere, oltre a quelle che abbiamo elencato? C’è almeno un’altra “voce ” importante che occorre registrare: le emissioni sonore prodotte dagli animali, ossia latrati, ragli, nitriti, belati, grugniti, cinguettìi e così di se­guito. A noi moderni capita rara­mente di udire la voce di un ca­vallo, di un asino o di un bue, mentre l’abbaiare di un cane corrisponde, in genere, solo a un fastidioso rumore di barboncino due piani sopra. Anche degli uccelli e dei loro canti possiamo accorgerci solo se abitiamo in qualche quartiere residenziale, o nei periodi di vacanza. Nell’antichità era diverso.

Prima di tutto, le voci degli animali erano infinitamente più numerose e più diffuse di quanto possa accadere oggi, perché le “fonti” che le emettevano face­vano strettamente parte del tes­suto economico, sociale o sem­plicemente umano del mondo antico. Non a caso Varrone definiva gli animali da lavoro con l’espressione instrumenta semivocalia «strumenti semivo­cali», come se fossero zappe, er­pici o aratri dotati però della ca­pacità di emettere suoni, sia pu­re non linguistici in senso stret­to (il dubbio privilegio di essere instrumenta vocalici, cioè aratri o zappe capaci di «parlare», toc­cava infatti agli schiavi). A diffe­renza del mondo moderno, asi­ni, buoi, cavalli, cani e così via accompagnavano stabilmente l’ attività e la vita quotidiana degli uomini, e come tali le loro voci dovevano risultare assai con­suete alle orecchie dei nostri an­tenati. Occorre inoltre tener conto del fatto che, come si è vi­sto, la fonosfera antica era assai meno ingombra, meno pesante di quella contemporanea, di modo che le voci degli animali, oltre che più diffuse, dovevano risultare anche estremamente più udibili rispetto a oggi. In questo senso, si potrebbe affer­mare che anche gli antichi di­sponevano di un loro particola­re genere di musica diffusa, la quale—come oggi la radio o il cd prediletto dall’autista dell’auto­bus — aveva la funzione di “ar­redare” fonicamente gli am­bienti in cui si svolge la vita del­le persone. Salvo che questa musica era costituita dai canti degli uccelli, la cui aerea presenza era molto più numerosa, va­riata e distribuita di quanto non accada oggi; senza che, all’inter­no della fonosfera, le loro voci fossero coperte da ben altre e più potenti emissioni.

Voci. Antropologia sonora del mondo antico

Bettini Maurizio
Voci. Antropologia sonora del mondo antico
Einaudi
Sono molti i suoni che il mondo antico aveva e noi abbiamo perduto e che tra poco non sapremo forse piú riconoscere (il colpo di martello dei fabbri, lo strepito delle macine dei mugnai, il cigolio dei carri, lo schiocco della frusta). Ma quali altre sonorità poteva contenere oltre a queste? Sicuramente molto presenti erano le voci degli animali, che facevano parte del tessuto economico, sociale e umano di quel mondo. Non solo la fonosfera antica era molto piú sgombra e le voci degli si udivano meglio, ma erano anche voci piene di significato. Per gli antichi il canto degli animali era di buono o cattivo augurio, annunciava le stagioni. Le voci animali erano capaci di resuscitare nella mente tracce di antichi racconti e come tali rientravano nel di diritto nel mondo del folclore e della narrazione, oltre a fornire a musicisti e poeti uno straordinario serbatoio di memorie sonore da riutilizzare nella composizione artistica.

Scoperta una scritta in latino nel parco archeologico di Marsala "È una traccia del culto di Ercole"

SICILIA - Scoperta una scritta in latino nel parco archeologico di Marsala "È una traccia del culto di Ercole"
GIOVEDÌ, 20 MARZO 2008 LA REPUBBLICA - Palermo

Una grande epigrafe in lingua latina è stata identificata qualche giorno fa a Marsala, nel corso dei lavori di valorizzazione del parco archeologico di Capo Boeo. Si tratta di due grandi blocchi monumentali che presentano un´iscrizione a grandi lettere in latino, disposta su quattro righe, e attualmente oggetto di studio. Il ritrovamento è avvenuto nel margine esterno delle strutture conosciute come "Insula romana" del parco archeologico.
«Il dato importante, che stiamo ancora analizzando - dice Rossella Giglio, responsabile del servizio archeologico della Soprintendenza di Trapani - è il riferimento a un tempio di Ercole, il cui culto era ampiamente inserito nel contesto fenicio-punico. Secondo un primo esame autoptico le lastre potrebbero provenire da un tempio della metà del III secolo avanti Cristo e poi essere state riutilizzate, qualche secolo dopo la sua costruzione, per la sistemazione al margine della strada». L´area dell´insula romana, con la villa che contiene la stele, è aperta al pubblico, gratuitamente, tutti i giorni dalle 9 alle 13.
La scoperta sarà presentata mercoledì prossimo alle 10 al museo archeologico "Baglio Anselmi" di Marsala.
l. n.

Wednesday, March 19, 2008

Pericle tra gli embrioni

Pericle tra gli embrioni
Il Mattino del 19 marzo 2008, pag. 19

di Fabrizio Coscia

Che differenza c'è tra un embrione e un individuo? Quando si può cominciare a parlare della nascita di una vita? È scientificamente (oltre che politicamente) corretto considerare l'aborto un omicidio?



Su questi e altri interrogativi, oggi più che mai al centro di roventi polemiche e dibattiti politico-filosofici, addirittura entrati con inedita prepotenza nella campagna elettorale in corso, Edoardo Boncinelli, genetista di fama internazionale e direttore di ricerca del Cnr all'Ospedale «San Raffaele» di Milano - ha una risposta certa: tutti ne parlano ma nessuno sa niente. In altre parole: la confusione sul tema regna sovrana. Non è difficile, allora, prevedere che il suo libro L'etica della vita. Siamo uomini o embrioni? (Rizzoli, pagg. 185, euro 12) farà discutere molto il mondo scientifico e non solo. Con l'obiettivo dichiarato di dare un contributo di chiarezza su questioni delicate come la fecondazione assistita o le diagnosi pre-impianto, che l'autore difende definendole la punta di diamante della genetica, lo stesso aborto o la ricerca sulle cellule staminali, Boncinelli - che il 14 maggio sarà al «Suor Orsola Benincasa» di Napoli per il progetto «Comunicare la scienza» - espone «la storia più bella del mondo, quella della nascita di una vita», descritta in tutte le fasi dello sviluppo embrionale, attraverso la frenetica moltiplicazione delle cellule e la loro specializzazione, come un viaggio al microscopio nel cuore dell'identità umana.



Professor Boncinelli, a trent'anni dalla legge 194, si torna a parlare di aborto: dal recente provvedimento della Regione Lombardia al codice di autoregolamentazione adottato dalla clinica Mangiagalli di Milano, dalla lista «Per la vita» di Giuliano Ferrara, fino al caso estremo del sequestro del feto nell'ospedale di Napoli. Che ne pensa?

«Se vivessimo in un Paese civile non ci sarebbe niente di male a ridiscutere di una legge che riguarda un tema così importante, anche alla luce delle ultime novità scientifiche sulle possibilità di sopravvivenza che ha il feto già alla ventunesima settimana. Ma siccome siamo un popolo di arruffoni, può essere anche molto pericoloso, anche se credo che alcune posizioni polemiche sono prese più per esibizionismo e opportunismo che per reale convinzione. Non parlo ovviamente della Chiesa, che è legittimata a essere contraria per principio all'aborto. Per quel che riguarda, invece, il blitz nell'ospedale di Napoli, lo trovo un episodio inquietante, perché dimostra lo stato confusionale della nostra magistratura, e di conseguenza delle forze dell'ordine, sul rapporto tra il grado di urgenza e quello di discrezionalità».



Proviamo, allora, a mettere un po' di ordine e chiarezza, spiegando dall'inizio: qual è il momento in cui nasce un individuo?

«Fino alla seconda settimana di gestazione non si può parlare di individuo. Il pre-embrione concepito, infatti, nella maggior parte dei casi può diventare nullo e in una piccola percentuale può dare luogo a due o tre individui.



Dopo il quattordicesimo giorno comincia il processo di identificazione dell'embrione con la comparsa del primo segno del futuro sistema nervoso. È questo, a mio avviso, il momento che, per convenzione, si può associare alla nascita dell'individuo. Dico per convenzione perché lo sviluppo è graduale e bisognerebbe avere il coraggio di fissarlo come si fa dal punto di vista sociale per la maggiore età, fissata a diciott'anni. Più complesso, invece, è definire la nascita dell'essere umano, o ancora di più della "persona", perché sono termini che rientrano in altri ambiti, non scientifici, ma civili e legali, etici e religiosi».



E qui entriamo nel rapporto tra scienza e bioetica, un termine che però a lei non piace molto.

«No, infatti. Preferisco "etica della vita", perché l'etica di per sé riguarda tutti ed è come una specie di indotto delle scoperte scientifiche che nasce quando queste entrano in contatto con la società. La scienza è avalutativa: può solo spiegare come stanno le cose e che corso potrebbero prendere, sono le sue applicazioni che riguardano l'etica».



Chi dovrebbe saldare, allora, i confini tra scienza e etica della vita?

«L'ideale sarebbe che lo facessero direttamente i cittadini, come in Danimarca, o come si poteva fare nell'Atene di Pericle. Ma è chiaro che in paesi dove per numero di popolazione non può esserci il sistema della democrazia diretta la questione diventa politica. Di qui la necessità che i politici non facciano di questi temi un pretesto per insultarsi e fare la guerra in tempo di pace e che i giornalisti, come i divulgatori scientifici, diano il loro onesto contributo di chiarezza».

Saturday, March 15, 2008

PADOVA - Restauri al tempio della dea Concordia

PADOVA - Restauri al tempio della dea Concordia
Alfredo Pescante
15 MARZO 2008, il gazzettino online


Dalla Provincia 350 mila euro. L’importante area archeologica sarà visibile al pubblico

Grazie al recente stanziamento di 350 mila euro effettuato dalla Provincia di Padova, partiranno a breve i lavori di sistemazione e valorizzazione delle fondamenta del tempio della dea Concordia, emersi nel luglio del 2005 in uno spazio verde a ovest del parcheggio dell'Istituto Marconi che s'affaccia su via Manzoni, a seguito degli scavi per l'interramento d'una vasca antincendio.
Un intervento di salvaguardia fortemente voluto dall'assessore provinciale all'Edilizia scolastica Luciano Salvò che, all'indomani dell'interessante scoperta, aveva deciso di stanziare centomila euro per i primi lavori di sbancamento del materiale terroso, alto anche tre metri, che copriva i resti archeologici, e per le prime opere di catalogazione.

Lo scavo archelogico, affidato ad Alberto Vigoni e diretto dall'architetto Nicola Gennaro, ha consentito di segnare il limite massimo dell'espansione a nord dell'edificio a pianta rettangolare, quantificato in 24,30 per 12,40 metri, con asse est-ovest.

«Penso - afferma l'architetto Nicola Gennaro - che, dopo tale reperimento, dalle prime indagini definito strepitoso, anche perché si tratta del primo tempio romano finora emerso di Patavium, dovremo modificare le carte archeologiche della città. I dati infatti ne indicano con certezza l'espansione effettiva nel I secolo dopo Cristo. I resti del tempio ritrovato sono dotati di un "pronao" a settentrione, di un "porticus" con muro di fondo pieno a ovest e di un "colonnato" sul fronte nord. Tutto fa pensare a un grande efidicio sacro, adiacente alla città romana, che gli storici definiranno se dedicato alla dea Concordia o a qualche altro nume. Per ora accettiamo quanto sostiene lo storico Sertorio Orsato (1617-1679), condiviso anche da Claudio Bellinati, che definisce molto consistente la presenza dei "Concordiales" in Patavium».

Il progetto esecutivo dell'intervento è già stato approvato ed è stato aumentato sensibilmente il finanziamento previsto in via iniziale. Due le ditte che interverranno nell'importante recupero. Alla prima sono demandati i lavori sulle murature, che rivelano tre strati diversi e che potranno essere visibili solo nella parte superiore. La seconda effettuerà la valorizzazione del sito archeologico mediante una piattaforma dalla quale si potranno ammirare i resti del tempio e degli spazi annessi.

I lavori comprendono la creazione di alcune piazzole di sosta per osservare dall'alto il tutto e la messa in opera di adeguata cartellonistica con la planimetria della zona e la ricostruzione del tempio. L'area sarà protetta da un'adeguata recinzione.

«Non conosciamo ancora l'esatta tipologia del tempio - aggiunge Gennaro - per ora basata solo su nostre supposizioni, ma verrà individuata dagli archeologi che ne dovranno decidere anche la datazione: potrà essere definita grazie ai numerosi reperti ceramici rintracciati, attualmente ritenuti del primo secolo dopo Cristo».

Thursday, March 13, 2008

Achille, Odisseo, Enea ovvero l'egoismo l'intelletto e l'altruismo

Corriere della Sera 13.3.08
Guido Paduano analizza il carattere degli eroi
Achille, Odisseo, Enea ovvero l'egoismo l'intelletto e l'altruismo
di Eva Cantarella

L'eroe, alla cui figura e tipologia è dedicato il bel libro di Guido Paduano ( La nascita dell'eroe. Achille, Odisseo, Enea: le origini della cultura occidentale) èun personaggio — superfluo dirlo — diverso dagli altri; ma le sue qualità variano nel tempo e nella pluralità delle culture. Le qualità di Achille, per limitarci a un esempio, sono molto diverse da quelle di Giovanna d'Arco, di Robin Hood o di Re Artù. E insieme al modello eroico, si dice, cambia anche l'atteggiamento della società nei confronti dell'eroismo. Nel mondo moderno, sostengono alcuni, l'ideale eroico, perso il fascino e la funzione di un tempo, è stato «decostruito». Sul che sembra lecito avere dei dubbi: a seguito di un radicale mutamento di valori, piuttosto, l'ideale eroico è stato dislocato.
Chi considererebbe un eroe, oggi, un personaggio come Achille? Uomo ferocissimo, tra l'altro diverso non solo dagli eroi odierni, ma anche da quelli greci classici: Leonida, ad esempio, il generale spartano che nel 480 a.C., con i suoi soldati, riuscì a bloccare per tre giorni al passo delle Termopili l'immane esercito persiano e, infine, accerchiato, rifiutò di arrendersi, sacrificando la vita sua e dei suoi celebri Trecento. Leonida muore per la patria, per il bene comune. Achille non si sarebbe mai sognato di fare una cosa simile: per lui, quel che contava era l'interesse suo, privato, non di rado brutalmente egoista. Che importava se, dopo che si era ritirato dalla battaglia perché Agamennone gli aveva sottratto la schiava-concubina Briseide, i greci morivano a migliaia? Agamennone gli aveva fatto un torto, aveva offeso il suo onore: che i greci morissero pure, a lui non interessava. Solo quando Ettore uccide l'amatissimo Patroclo, l'eroe riprende le armi. Per fare vendetta. Ma allora, quali sono le qualità che fanno di lui il personaggio che rappresenta il modello eroico nell'Iliade?
La figura eroica, scrive Paduano, è una singolarità che sollecita ad approfondire la condizione umana, guidando nell'esplorazione di territori sconosciuti. E poiché nulla è più sconosciuto della morte, l'eroe è, in primo luogo, quello le cui azioni non sono mosse dal-l'istinto di conservazione, comune agli altri «mortali» (brotoi). L'eroe afferma il primato dell'essere umano sulla morte. E nei grandi poemi classici, ci mostra Paduano, lo fa in forme diverse, che vengono a costituire tre modelli dello statuto della dimensione eroica distinti tra loro, ma in stretta relazione l'uno con l'altro, così come sono in relazione i tre poemi che li celebrano.
L'Odissea, superfluo dirlo, presuppone la guerra di Troia, raccontata dall'Iliade: senza di questa, non vi sarebbero i «nostoi», i racconti dei ritorni in patria degli eroi greci. E la tipologia eroica di Odisseo, protagonista di un ritorno, è diversa da quella di Achille. L'impossibilità di misurare l'indicibile superiorità di Achille sui commilitoni e sui nemici è tale da fare di lui la «singolarità assoluta». Nessun altro è comparabile a lui. La sua relazione con la morte è diversa da quella degli altri eroi. A differenza di questi, egli non spera nel ritorno; sa, senza possibilità di dubbio, che da quella guerra non tornerà, e domina questa certezza, prezzo della sua gloria eterna.
Diverso il caso di Odisseo, che nel ritorno investe tutte le sue capacità. Nel corso del viaggio, egli rifiuta il dono dell'immortalità: la ninfa Calipso, innamorata di lui, glielo offre a condizione che resti con lei, nella sua isola fiorita. Ma per Odisseo la dimostrazione del valore non sta nel superare la morte, offerta contro prezzo; sta nello sconfiggere chi tenta di usurpare il suo potere e rubargli la moglie, sta nel restaurare la vita civile a Itaca. Il ritorno gli consente di mettere alla prova le qualità di un nuovo eroe, possessore di astuzia e intelligenza, le qualità che gli fanno sconfiggere il Ciclope. Ulisse è l'eroe della ragione.
Quanto all'Eneide, la relazione con i poemi più antichi emerge dal continuo rimando a motivi omerici. Virgilio non può essere letto senza Omero. Ma, lo abbiamo visto, il confronto non significa solo dipendenza: Odisseo è diverso da Achille, e l'eroe di Virgilio è diverso da ambedue. Il destino di Enea, che avrebbe voluto morire con la sua città, è quello di vivere — pur sentendone il disagio — per realizzare un disegno divino, che peraltro egli condivide: la costruzione del mondo di Augusto. Si imparano queste e molte altre cose, leggendo il bel libro di Guido Paduano. Si leggono in chiave diversa storie e personaggi che si pensava di conoscere: ma che, si scopre, hanno molte altre cose da dirci.

Wednesday, March 05, 2008

Il fungo magico

Da "Il fungo magico, estratto da: High Times-1978" di Tom Robbins:

...Esistono prove che l'Amanita muscaria ha provocato nella razza umana alterazioni potenti.
Prove che indicano un ruolo superiore a qualsiasi altro organismo con cui essi abbiano mai diviso il pianeta.
Ha avuto un impatto culturale più grande del grano del tabacco o del mais.
Il fungo allucinogeno minaccia di riscrivere la storia della nostra civiltà.
Non abbiamo a che fare con le solite cospirazioni o con notizie tenute nascoste, quanto col comportamento di un organismo i cui poteri naturali non sono stati diminuiti né dal tempo né dalle calunnie.
Amanita muscaria il cibo per la mente.
Il più grande di tutti i funghi. Il picchio di Marte.
L'Amanita Muscaria, in italiano Ovolaccio o fly agaric (un intruglio di latte e amanita che rintrona le mosche) in inglese popolare toad stool (sgabello del rospo), nasce in giugno e all'inizio di luglio e ancora in tardo agosto e settembre.
Cresce nell'impasto vivace che forma il suolo del bosco in delicata simbiosi con alcuni alberi come la betulla,il pino o l'abete.
Il suo primo stadio ricorda quello di un uovo bianco semisotterrato racchiuso da un involucro cremoso conosciuto come "velo universale".
Crescendo verso l'alto, il fungo rompe il velo, lasciandone metà nell'humus con la forma di una coppa o una vulva, e disperdendo il resto sulla cappella sotto forma di fiocchi o "verruche".
Brandelli di velo sciolto possono attaccarsi al gambo formando un anello vellutato.
La cappella è composta da lamelle, ed al momento della maturazione è quasi piatta.
Può raggiungere il diametro di centimetri venticinque.
Il colore varia dall'arancio dorato al cremisi abbacinante.
A causa dell'aspetto straordinario, la muscaria è stata presa come prototipo di fungo velenoso.
Si dice che dove c'è lei ciondolano gli elfi.

Il fatto è che da almeno seimila anni l'uomo la mangia per ottenere quegli stessi effetti che secondo alcuni manuali di micologia un pò paranoici ci garantirebbero attenzione medica.
I popoli indigeni della Siberia l'hanno fatta parte integrante della vita; dicono i siberiani che le urine di una persona che abbia mangiato l'amanita hanno un effetto migliore dell'originale.
Addirittura le "streghe" se la spalmavano in mezzo alle cosce così quando "cavalcavano la scopa" entrava nella vulva e di conseguenza in circolo nel sangue mandandole così fuori che credevano realmente di volare!
Il mito popolare della scopa volante è un'accurata allegoria del viaggio psichedelico.

La parola greca kannabis deriva dall'antica parola sumera "gan" che stava ad indicare la testa del pene, a cui la giovane amanita assomiglia molto.
Quindi la marijuana stessa deve il suo nome al fungo, dato che i blandi effetti dell'erba ricordano alla lontana le proprietà della muscaria.
John M. Allegro (filologo) nel 1970 ha annunciato che l'origine della religione giudaico-cristiana era da ricercarsi nei culti che veneravano il "fungo sacro".
Arrivò ad affermare che Gesù Cristo non era un uomo ma il nome in codice per questo fungo.
La chiave del suo studio, durato quattordici anni, è stata l'intuizione del fatto che il sumero, il più antico linguaggio scritto conosciuto, sia direttamente collegato con le lingue semitiche del Vecchio Testamento, l'aramaico e l'ebraico, così come con quelle di origine indoeuropea del Nuovo Testamento, latino e greco.
Il sumero è un ponte linguistico sin dal 4000 a.C. pieno zeppo di terminologie micologiche.
Secondo lui la parola stessa cristiano (dal greco Kristionos) deriva da un'espressione erotica sumera, riferita al fungo, "macchiato di seme".
La fertilità, continua, era per quella gente un fattore primario e la maggior parte dei loro riti era imperniato su questo: promuovere la fecondità negli uomini, nelle bestie e nelle piante.
Influenzare i vegetali era la parte più dura!
Si cercava allora di sedurre Dio e Madre Terra affinche ci dessero dentro.
La miglior traccia delle passioni divine la si riscontrava nei funghi; tra tutti i "bambini di Dio" solo loro rispondevano al suo orgasmo così prontamente.
Saltavano fuori dal terreno in poche ore senza l'ausilio dei semi allungandosi come un fallo eccitato.
Più tardi, la sua cappela, appiattendosi, assomigliava ad una vagina pronta ad accogliere...

Preso da solo, quello che sin qui avete letto farebbe fatica ad andare oltre la pura speculazione.
Allegro però, scavando oltre il significato ed il contesto di superficie delle parole bibliche, connettendole con le loro radici sumere, dà vita ad una dotta ed inoppugnabile teoria: l'amanita muscaria come entità centrale di un culto ampiamente diffuso.
Allegro sostiene che i riti collegati al culto del fungo fossero strettamente segreti.
A seguito di un'aspra epressione dei culti misterici da parte dei Romani dopo la rivolta degli Ebrei del 66 d.C. i segreti, per evitare di essere dimenticati
per sempre, dovevano essere trasformati attraverso la scrittura, e qualora scoperti non dovevano essere comprensibili.
Allegro afferma che la Bibbia non è altro che un documento in codice del misticismo legato alla muscaria.
La storia della Resurrezzione, ad esempio, è un'allegoria per la rinascita spirituale che segue i rigori di un "viaggio" strippa cervello provocato dal fungo.
I dieci comandamenti sono giochi di parole sui due nomi principali del fungo in sumero (Mosh, come Cristo, era una delle sue personificazioni).
Pietro, la pietra su cui Gesù solennemente promise di edificare la sua chiesa, deriva dal sumero pitra che significa fungo.
La croce? Tagliate a metà una muscaria, cappella e gambo, ed esaminatene la forma.
La muscaria nasce da una vulva velata, un cesto coperto: ecco la mangiatoia.
Quell'albero della conoscenza del bene e del male era un fungo, come è dimostrato in un affresco nella cappella di Abbave de Plaincourault, in Francia, che rappresenta vividamente la muscaria come la famigerata mela del giardino dell'Eden.
Nel Rig-Veda si fa riferimento ad una pianta, il cui succo viene offerto, di colore dorato o rosso senza menzionare né foglie né semi.
R.Gordon Wasson, etnomicologo, dopo vari studi stabilì, senza obra di dubbio, che il Soma era l'amanita muscaria.
Incidentalmente la parola sonnambulismo deriva dal sanscrito Soma.
Robert Graves, esperto di cultura classica, trovò legami tra il fungo e Zeus, Demetra e altre divinità.
Alcuni scienziati stanno vagliando la possibilità che la muscaria possa accrescere le capacità dell'uomo.

Non raccomando l'amanita muscaria come divertimento.
Se qualcuno volesse provare l'esplosione micologica, potrei suggerirgli una delle numerose varietà di Psilocybe come esempi più tranquilli, sicuri, dotati di una maggiore capacità di introspezione.
Occhio però al mercato nero che delle volte affibbia funghi sminuzzati comprati al supermercato trattati con LSD scadente di quinta categoria.
Doppio occhio se raccogliete l'Amanita Phanterina, che spazia dal giallo acceso al beige, in questo caso potreste stare veramente male; contiene lo stesso principio attivo ma in dosi più massicce.

Geneticamente l'amanita muscaria è straordinariamente complessa, sensibilissima alle condizioni ambientali, al luogo, alla stagione, per cui ognuna è attivamente diversa.
Per 150 anni si pensava che l'ingrediente attivo fosse la muscarina, una forte tossina fungoide(alcaloide).
La muscarina fu isolata per prima nell'amanita muscaria, da cui ha acquistato il nome.
Il Drug Plant Laboratory dell'Università di Washington, dopo una ricerca di 12 anni, ha concluso che l'ammontare di muscarina nella muscaria è così piccolo da risultare trascurabile.
L'antidoto usuale per la muscarina è l'atropina(solfato di atropina).
Ma l'atropina esalta gli effetti dell'amanita muscaria.
Un raccoglitore di piante allucinogene disinformato potrebbe ingerire la muscaria, sviluppare dei sintomi e interpretarli come avvelenamento, farsi prendere dal panico e correre da un dottore.
Il dottore dice: "Uhm, si, intossicazione di funghi" e somministra atropina.
Il paziente peggiore. Viene data più atropina. Il paziente muore.
Robert C. Benedict è arrivato alla conclusione che è attualmete impossibile
eseguire un'analisi quantitativa definitiva del fungo essendo la struttura così complessa.
Si è riusciti ad isolare un composto, l'acido ibotenico-muserolo, che nella struttura molecolare non è simile a nient'altro in natura, e si crede possa essere lo stimolante energetico psichico.
Nel 1967 il dott. Peter Wasser dell'Università di Zurigo riuscì ad isolarlo in laboratorio, e durante un periodo di una settimana ne ingerì quantità crescenti.
Trovò che l'acido ibotenico aveva effetti poco piacevoli sulla circolazione locale, ma che il muserolo produceva sintomi simili a quelli descritti dagli sciamani siberiani, solo un pò più blandi.
Sia Wasser che Benedict sospettano che ci debba essere un'altra proprietà psicoattiva
nel fungo...

Benny Shanon ipotizza il consumo di bacche dall´effetto stupefacente dietro alcune immagini bibliche

La Repubblica 5.3.08
Benny Shanon ipotizza il consumo di bacche dall´effetto stupefacente dietro alcune immagini bibliche
"Il popolo di Mosè usò allucinogeni" bufera su un ricercatore israeliano
Proteste dei lettori sul sito di Haaretz dopo la pubblicazione dello studio
di a.s.

GERUSALEMME - È il momento in cui Mosè sta per ricevere le tavole della Legge. «E vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba - si legge nel capitolo 19 dell´Esodo - tutto il popolo che era nell´accampamento fu scosso dal tremore. Il monte Sinai era tutto fumante perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parla e Dio gli rispondeva con voce di tuono».
Per secoli laici e religiosi, si sono chiesti dove i compilatori del Libro avessero attinto gli elementi di una così potente descrizione. La risposta, secondo Benny Shanon, professore di psicologia cognitiva alla Hebrew University di Gerusalemme, potrebbe essere più banale di quanto si è finora pensato. In un articolo per la rivista filosofica Time and Mind uscita qualche giorno fa a Oxford, Shanon ipotizza, provocatoriamente, ma non troppo, che quella scena potrebbe essere stata partorita da menti sotto effetto di sostanze allucinogene, facilmente reperibili in natura. Sostanze di cui gli antichi israeliti avrebbero potuto fare uso durante le loro cerimonie religiose. Un trip collettivo, insomma, cui non si sarebbe sottratto neanche Mosè. Shanon ha ricavato questa convinzione - che, ammette il professore, non potrà mai ricevere nessuna sanzione scientifica - comparando la descrizione biblica con le esperienze avute quando, visitando l´Amazzonia, bevve una pozione ricavata da una pianta chiamata "ayahuasca". Nome scientifico: Peganum Harmala, una delicata piantina che produce un fiore bianco a cinque petali, di cui i popoli primordiali dell´America del sud usavano le bacche.
Dopo aver bevuto la pozione, ricorda Shanon, «ho avuto visioni che avevano una connotazione spirituale-religiosa». E se il popolo di Mosè non si fosse a suo tempo trovato nella stessa identica condizione? Lo studioso avanza l´ipotesi che gli antichi israeliti avrebbero potuto imbattersi nel Sinai e nel Negev in due piante simili all´ayahuasca: una è una radice selvatica usata come allucinogeno dalle tribù beduine fino ai giorni nostri. L´altra è la famosissima acacia dai cui tronchi venne ricavato il fasciame adoperato per costruire l´Arca di Noè. Chissà.
La notizia, riportata dal quotidiano israeliano Haaretz, ha scatenato una ridda di reazione fra i lettori. Uno dei commenti più ricorrenti era: «E Shanon, cosa ha fumato prima di scrivere il suo studio?» Il professore di Gerusalemme da parte sua vede segni d´alterazione anche nell´episodio, raccontato nell´Esodo, che ritrae Mosè mentre osserva il cespuglio e d´un tratto gli compare Dio. Mosè guardò, e scorse il cespuglio in preda alle fiamme e il cespuglio non ne fu consumato» si legge. «Il tempo - dice il professore - passa diversamente sotto l´effetto di un allucinogeno e durante quel tempo Mosè sentì la voce di Dio parlargli. «Naturalmente - conclude - non tutti quelli che usano queste piante possono ricevere la Torah. Per questo, bisogna essere Mosè».